DOSSIER
COMITATO STOP INCENDI CALABRIA
CALABRIA 2017
LANNUS HORRIBLIS DEGLI INCENDI
CRONACA DI UN DISASTRO
Giugno 2018
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CALABRIA 2017
LANNUS HORRIBLIS DEGLI INCENDI
CRONACA DI UN DISASTRO
INDICE
1. IL COMITATO STOP INCENDI CALABRIA - PRESENTAZIONE .............................................................3
2. INTRODUZIONE ........................................................................................................................... 5
3. CALABRIA 2017, LANNUS HORRIBILIS DEGLI INCENDI: CRONACA DI UN DISASTRO ........................7
4. I DATI DEGLI INCENDI ................................................................................................................. 15
5. CAMBIAMENTI CLIMATICI E INCENDI .............................................................................................19
6. IL FALLIMENTO DEL PIANO ANTI INCENDIO BOSCHIVO 2017 E LA LEGGE REGIONALE N° 51
DEL 22 DICEMBRE 2017 ............................................................................................................. 23
7. MENO RISORSE NEL PIANO ANTINCENDI BOSCHIVI 2018 DELLA REGIONE CALABRIA
(di Matteo Olivieri - Economista Università della Calabria) .........................................................31
8. GLI INCENDI E LE ECOMAFIE ....................................................................................................... 33
9. IL CATASTO “FANTASMA” DELLE AREE PERCORSE DAL FUOCO .....................................................37
10. Il RIPRISTINO DEI PAESAGGI FORESTALI NELLECOREGIONE MEDITERRANEA DOPO GLI INCENDI
(di Giuseppe Rogato - WWF Citra e Comitato Stop Incendi Calabria) .......................................41
11. GLI EFFETTI DEGLI INCENDI SULLA FAUNA SELVATICA
(di Giorgio Berardi - LIPU Calabria) .......................................................................................... 45
12. LA CACCIA NELLE AREE PERCORSE DAL FUOCO E I CALENDARI VENATORI
(di Giorgio Berardi - LIPU Calabria) .........................................................................................48
13. IL NUOVO DECRETO FORESTALE E SUE CONSEGUENZE ..............................................................50
14. RINGRAZIAMENTI .................................................................................................................... 52
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1. IL COMITATO STOP INCENDI CALABRIA - PRESENTAZIONE
Il Comitato Stop Incendi Calabria si è costituito il 25 agosto 2017 a Camigliatello Silano (CS)
ponendo come base della propria azione due precedenti esperienze: l’iniziativa di
sensibilizzazione e denuncia svoltasi nel comune di Longobucco (CS) dall’associazione
Spegniamo il fuoco, accendiamo il futuro e dalla petizione online presente sulla
piattaforma change.org, dal titolo Incendi CALABRIA 2017: fermiamo il DISASTRO
Ambientale!” #stopincendicalabria”.
OBIETTIVI
Lobiettivo del Comitato Stop Incendi Calabria è la salvaguardia del patrimonio boschivo e
del paesaggio calabrese. Le sue priorità sono:
1. Indagare, denunciare e informare la società civile in merito alle cause che hanno
determinato il DISASTRO dell’estate 2017.
2. Promuovere un dibattito plurale e multidisciplinare per l’elaborazione di proposte
che vadano a mitigare la piaga degli incendi.
3. Realizzare una rete di associazioni che si occupi della salvaguardia del patrimonio
boschivo e del paesaggio calabrese.
ATTIVITÀ
Nell’ottobre del 2017, il comitato si è reso promotore del progetto Dulce lignum, un
video ad alto impatto emotivo nel quale il violoncellista Sandro Meo ha eseguito il
preludio della suite 1 per violoncello solo di J. S. Bach in un bosco devastato dal
fuoco;
A novembre, insieme ad altre associazioni, il comitato ha scritto una lettera-appello
al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella;
Il 28 e 29 dicembre 2017, insieme allassociazione “Spegniamo il fuoco, accendiamo il
futuro”, ha organizzato un convegno a cui hanno partecipato, tra gli altri, Carlo Tansi
(Direttore della Protezione Civile calabrese), Giovanni Pirillo (Sindaco di Longobucco)
e Angelo Roseti (Capitano dei Carabinieri Forestali).
Il 21 giugno 2018 il comitato è stato promotore del convegno Foreste e Boschi
Tutela e Valorizzazione svoltosi e Cosenza, a cui hanno partecipato il Club Unesco,
CAI Cosenza, i VAS (Verdi Ambiente e Società) e l’Ordine degli Agronomi e Forestali di
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Cosenza. Durante il convegno è stata presentata l'App “Comitato Stop Incendi
Calabria”, realizzata dall'ingegner Remo Garropoli (l'App “Comitato Stop Incendi
Calabria” contiene link alle attività del comitato e dell'associazione Spegniamo il
fuoco, accendiamo il futuro” - pubblicate sulle rispettive pagine Facebook - il video
del Maestro Sandro Meo e una sezione dedicata alla georeferenziazione dei dati sulle
anomalie termiche del suolo rilevate dai sistemi MODIS e VIIRS della NASA,
attraverso cui sarà possibile ricercare su mappa i georiferenziati dal 2000 ad ottobre
2017).
Sandro Meo (Violoncello) e Serafino Stasi (Video maker)
durante le riprese di “Dulce Lignum”
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2. INTRODUZIONE
La triste colonna sonora dell’estate 2017, in Calabria, è stata il rombo dei motori dei
Canadair, perpetuamente in volo dall’alba al tramonto da giugno a settembre. Un ronzio
insopportabile che alludeva a morte e distruzione.
Non c’è stato luogo dove non si sentisse puzza di bruciato. Di giorno, spostandosi in
qualsiasi direzione o guardando l’orizzonte, ovunque si vedevano pinnacoli di fumo e
fiamme. Oppure, a incendi spenti, chiazze di cenere nera, la stessa che la mattina
successiva si vedeva scendere dal cielo come neve. Ma il macabro spettacolo continuava
anche durante la notte: fiamme immense e sinistri bagliori potevano vedersi anche a
chilometri di distanza.
La Calabria era sotto attacco, in un vero teatro di guerra, in unemergenza continua. Sui
social media, sui giornali, in tv e per le strade non si parlava d'altro: ogni contrada di
montagna e di collina, fino alle marine, era stata distrutta, deturpata, danneggiata; in molti
denunciavano, scrivevano, imprecavano, s’informavano. Ad essere sotto assedio non erano
solo le montagne, gli uliveti, i boschi e la macchia, ma anche le masserie, gli orti e, alla fine,
finanche i centri abitati.
L’indignazione e il dolore erano palpabili ma tendevano, come spesso accade, ad affondare
nella disillusione e nel fatalismo.
Nella scorsa drammatica estate abbiamo visto il fuoco prendersi un parte della bellezza dei
nostri territori. Non potevamo restare inerti, dovevamo reagire.
Il 25 agosto alcune persone che non si conoscevano tra loro e non si erano mai incontrate
in precedenza danno vita, a Camigliatello Silano (provincia di Cosenza), al Comitato Stop
Incendi Calabria. Da quel momento inizia un sodalizio lungo un anno (tutt'ora in atto) che
porta, tra innumerevoli attività di raccolta dati, di denuncia e di divulgazione, alla stesura del
presente Dossier.
Il Comitato nasce quindi come forma di reazione civile, come ricerca di giustizia e
affermazione di dignità; ma soprattutto come atto d'amore per la natura, per la vita e per
la terra di Calabria.
Lobiettivo del presente Dossier è documentare gli accadimenti dell’estate 2017 ed insieme
chiarire lintreccio di responsabilità che hanno causato quello che il Comitato reputa un
vero DISATRO AMBIENTALE. Partendo dalla consapevolezza dell’accaduto e per scongiurare
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altri DISASTRI, chiediamo chiarezza ed esigiamo dalle istituzioni - Regione Calabria in primis -
una celere riorganizzazione di tutti gli attori dell’AIB, il sistema Anti Incendio Boschivo.
Il Dossier, pur ammettendo l’intrinseca complessi dell’AIB, ricostruisce le cause del suo
fallimento, ripercorre i principali fatti di cronaca regionale con una breve cronistoria,
fornisce i dati degli incendi e menziona i filoni d’indagine che intrecciano interessi
criminali con l'azione degli incendiari. Darà, inoltre, una lettura della Legge Regionale
40/2017 (Legge Bavacqua), del Piano Anti Incendi 2018 e, non per ultimo, dei danni e delle
conseguenze a lungo termine degli incendi.
Longobucco - foto di Pina Celestino
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3. CALABRIA 2017, LANNUS HORRIBILIS DEGLI INCENDI: CRONACA DI UN
DISASTRO
Il 25 agosto 2017 Umberto Federico, sindaco di Luzzi, scrive in un’accorata lettera rivolta alla
propria comunità:
“Cari concittadini, mai avrei pensato che, da primo cittadino di Luzzi, mi sarei
trovato a vivere una giornata drammatica come quella di ieri. Non auguro a
nessuno di vedere il proprio paese circondato dalle fiamme. Non mi vergogno a
nasconderlo: ho avuto paura, ho temuto il peggio, ho trattenuto a stento le
lacrime. Le urla di disperazione delle persone, la paura dipinta sul volto di chi
vedeva le fiamme avanzare a pochi metri dalle proprie abitazioni, la coltre di
fumo che rendeva laria irrespirabile, lo scenario apocalittico che si presentava
davanti ai miei occhi hanno aperto in me una ferita che solo il tempo, forse,
riuscirà a rimarginare. Mentre il nostro paese era avvolto dalle fiamme è uscita
fuori la parte migliore di Luzzi e dei Luzzesi.
Sempre il 25 agosto l'Arcivescovo di Cosenza, Francescantonio Nolé, dichiara:
Chi ha appiccato i roghi si converta e cambi vita, quanto sta accadendo nei
nostri meravigliosi paesi, nelle montagne dell’altopiano silano e finanche nella
città, anche con alcune vittime, svela il progetto a cui può asservirsi l’uomo che
non si sente custode della casa comune. […] Come Pastore di questa Diocesi e
alla luce dei terribili fatti che giorno per giorno si stanno verificando non posso
non esprimere la mia vicinanza ai danneggiati, ai morti e ai feriti.
Il 28 agosto, a pochissimi chilometri di distanza da Luzzi, nel comune di Rose, il sindaco
Mario Bria, durante una diretta Radio, ha un momento di commozione, e dopo un breve
silenzio che sembrava dovuto ad una interruzione della trasmissione dice tra le lacrime:
“Non mi sono perso [nella diretta della trasmissione, n.d.r], sono io che mi sono
perso… siamo logorati. E’ un mese intero che stiamo combattendo e viviamo in
un clima di guerra, e non ci sono mezzi sufficienti. Se non arrivano soccorsi
maggiori a breve brucerà l’intero paese. Abbiamo bisogno di mezzi speciali,
perché è a rischio tutto il centro abitato.
A fine agosto la situazione tra Rose, Luzzi, San Pietro in Guarano, Rende, Castiglione e
Cosenza diventa gravissima. Gli incendi che prima avevano distrutto il territorio assediano
per giorni e giorni i centri abitati.
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San Fili - foto di Remo Garropoli
Su Facebook alcuni utenti chiedono aiuto e spiegazioni ai media locali: Fiamme altissime si
vedono da Cosenza... sembra che ci sia un fuoco immenso tra Castiglione e San Pietro in
Guarano”; sullo stesso social vengono mandati video e trasmesse dirette streaming in cui si
chiede aiuto e si urla "Sembra l'inferno... le fiamme sono vicine alle case..."
E’ il 27 agosto: il Presidente della Regione Mario Oliverio, durante un vertice alla Prefettura
di Cosenza, ha un colloquio telefonico con il Ministro della Difesa Roberta Pinotti, alla quale
chiede la mobilitazione dell'Esercito. Con un'intera regione in ginocchio, il governatore
dichiara:
“Siamo davanti ad una vera e propria spirale distruttiva, alimentata da una
volontà criminale.
Ma gli incendiari non si fermano solo con parole e minacce: due giorni dopo le dichiarazioni
di Oliviero, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria è interrotta tra le uscite di Altilia-Grimaldi e
Rogliano per un grande incendio. Lemergenza coinvolge anche il centro storico di Cosenza,
tra Portapiana e il Castello Svevo: vista la gravità del rogo vengono evacuate dodici famiglie.
La situazione è palesemente sfuggita di controllo assumendo proporzioni senza precedenti.
A peggiorare il tutto, altre tipologie di roghi, insieme agli incendi boschivi, divampano a
luglio nelle aree periurbane di Cosenza: vanno a fuoco la vecchia discarica di SantAgostino e
l’ex Legnochimica di Rende. In questi casi sembra trattarsi di fenomeni di autocombustione,
ma i fumi che si sprigionano creano una vera e propria emergenza ambientale.
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Montalto Uffugo - foto di Simona Calipari
In tutto ciò, e con i sindaci in prima linea, le istituzioni regionali responsabili dell’attuazione
dell’AIB non intendono la gravità della situazione o fanno finta di non vedere quello che sta
succedendo (si pensi che il periodo di ferie dei consiglieri regionali calabresi, stabilito dal 29
giugno all’11 settembre, non subisce alcuna modifica!). Nel frattempo, i mesi di giugno e
luglio hanno già fatto registrare un aumento preoccupante degli incendi su tutto i territorio
regionale e in special modo nella Provincia di Cosenza.
Rose - foto di Lenin Bentrovato
Nel dossier di Legambiente del 26 luglio, infatti, la Calabria, con 19.224 ettari percorsi dal
fuoco, risulta la seconda regione in Italia, dopo la Sicilia, ad essere assediata dalle fiamme;
ma la provincia di Cosenza, con ben 10.097 ettari, è la prima provincia italiana per
territorio distrutto dal fuoco.
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A Longobucco, nel territorio silano, i roghi raggiungono estensioni dai 25 ai 40 kmq; in
questo comune in particolare, un unico incendio dura quaranta giorni.
Quando si era sul punto di spegnerlo notavamo l’apertura di un altro fronte
di fuoco, una strategia studiata a tavolino...
dice Carlo Tansi, direttore della Protezione Civile Calabria. E, sempre a Longobucco,
Pierfrancesco Madeo, affetto da distrofia muscolare di Duchenne, lancia un appello alla
politica attraverso un’accorata denuncia:
“Una ferocia criminale sta distruggendo la Sila. È tempo che questo schifo
finisca. Ho rischiato di morire, il respiratore mi si è intasato di fumo e stavo
soffocando. Per circa 30 secondi ho avuto un blocco respiratorio che poi è
sfociato in una tosse interminabile. Ora dico basta, con il sostegno di tutti i
miei concittadini, e voglio denunciare questo meccanismo criminale.
Danni incalcolabili in Sila e anche sul Pollino, dove bruciano i territori di Papasidero, Laino
Borgo, Castrovillari, Morano Calabro e Mormanno. Il sindaco di Mormanno, Giuseppe
Regina, attraverso una lettera indirizzata al prefetto di Cosenza, dichiara:
Totale sfiducia verso un sistema che evidentemente non riesce a considerare
con oggettività le priorità da affrontare.
Negli stessi giorni, l’assessore all’ambiente del Comune di Morano Calabro, Angelo Severino,
denuncia:
“Penso e credo si tratti di un vero e proprio attacco terroristico nei confronti
dell’intero patrimonio naturalistico della Nazione intera.
Dal 9 luglio e per diversi giorni successivi, a Montalto Uffugo tre incendi minacciano il centro
storico fino a lambire il Duomo della Serra; lo stesso accade a Lattarico, dove i fuochi
arrivano vicino alle abitazioni. Molto più a sud, a Palmi, il monte S. Elia e tutto il suo
castagneto vanno in fumo per opera di “mani criminali”. Il 10 luglio brucia ancora il territorio
di Laino Borgo, mentre l’11 e il 12 tocca ai territori di Rovito, Pedace e San Fili, tutti in
provincia di Cosenza, in cui vasti incendi bloccano la statale 107.
In provincia di Reggio Calabria non va meglio. Queste le parole del sindaco di Palizzi, Arturo
Walter Scerbo:
Questo è quello che rimane della nostra Pietrapennata, la frazione montana
di Palizzi, che aveva un paesaggio boschivo simile a un angolo di Svizzera. Ora
solo cenere e fumo.
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Il 13 luglio Giuseppe Bombino, Presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, scrive su
Facebook:
“Perdonate il nostro silenzio, ma è un silenzio di dignità. Da 72 ore ormai,
ininterrottamente, l’Aspromonte brucia. Nel suo ventre, nel cuore dei suoi
lecceti, spegnendo il sorriso dei suoi colori.
e prosegue:
Sono giorni tristi per la nostra montagna piegata dalla mano criminale,
dall’ignoranza e dalla crudeltà che ardono in un terribile inferno di fuoco.
Trebisacce - foto di Armando Mangone
A Rossano, a metà luglio, le fiamme, alimentate dal forte vento, lambiscono diverse
abitazioni lungo tutto il costone da via San Nilo fino alla Porta Romana, sul Corso Garibaldi.
Situazione difficile anche a Tropea, dove un altro grosso incendio mette a rischio l’incolumità
degli abitanti. In molti casi, i cittadini fronteggiano da soli le fiamme, per via dell’assenza di
Vigili del Fuoco, impegnati su altri fronti.
A San Nicola dell'Alto, piccolo centro dell'entroterra crotonese, le fiamme partono dalla
zona bassa di monte San Michele, vicina al centro abitato, e per tutta la notte continuano a
divorare ettari di bosco.
Moltissimi incendi colpiscono a più riprese il territorio collinare della città di Reggio Calabria,
creando una persistente nube di fumo che grava sulla città.
Il 12 agosto, a Vibo Marina, alcuni bagnanti vengono salvati via mare dalla Capitaneria di
Porto per l’avanzare di un incendio nella vicina area boschiva.
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A Paola, fiamme immense divorano la macchia e la vegetazione sulle colline minacciando le
abitazioni.
A Falerna, la casa famiglia della “Divina Misericordia”, che nel periodo estivo ospita una
colonia di bambini, è evacuata.
Altri roghi a Tortora, Scalea e Santa Domenica Talao dove il 20 agosto va distrutto il monte
Serra la Limpa nel Parco Nazionale del Pollino. Il borgo antico di Santa Domenica Talao è
invaso dal fumo, generando disagi e apprensione tra i cittadini.
Rose - foto di Lenin Bentrovato
Tra 25 luglio e il 6 agosto vanno in fumo centinaia di ettari di macchia mediterranea tra
Chiaravalle, Palermiti, Sant’Andrea dello Ionio, Petrizzi, Nicastro.
Altri gravi roghi interessano tutta la regione, divampando rovinosamente nei comuni di Acri,
Amendolara, Corigliano, Guardia Piemontese, Firmo, Cleto, Dipignano, Capo Vaticano,
Ricadi, Joppolo, Pizzo Calabro, Maierato, Soriano Calabro, Caroniti, Nicotera, Squillace,
Roccella Jonica, Lazzaro, Motta San Giovanni, Melito Porto Salvo, Cardeto, Montebello
Jonico, Laganardi, Praia a Mare, San Nicola Arcella, Cittanova, Oppido.
Tra il 20 e il 28 luglio, nell’alto Jonio cosentino, tra i comuni di Trebisacce e Albidona, vasti e
persistenti incendi distruggono boschi di pino d’Aleppo e macchia mediterranea, oltre a
meravigliose querce pluricentenarie.
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Il sindaco di Albidona, Filomena Di Palma, punta l’indice contro
“…il rimpallo delle competenze e delle responsabilità. Bisogna dire basta!”
chiedendo più competenze e più risorse per i comuni.
E’ infatti impensabile - continua Di Palma - che un operatore da Cosenza
possa fare una valutazione esatta sul da farsi in base a una descrizione fatta
telefonicamente e assumere decisioni dall’alto…”; “Solo se si interviene
tempestivamente si può vincere la guerra contro gli incendi.
Lassessore all’ambiente di Albidona, Caterina Munno, tuona:
“La Regione Calabria sta dimostrando tutto il proprio fallimento e la propria
incapacità e inadeguatezza.
E continua:
“Siamo intossicati dal monossido di carbonio... serve un serio e diverso
intervento delle istituzioni sovracomunali rispetto ad un’emergenza altrimenti
ingovernabile e che non può essere affrontata in modo - preoccupa ribadirlo -
così superficiale e così approssimativo.
Il sindaco di Trebisacce, Francesco Mundo, scrive su Facebook nel cuore della notte:
Siamo a monte Mostarico in grande solitudine con l'ass[essore Filippo]
Castrovillari [. Siamo soli] con una pompa d'acqua in mano e Giampiero
[presumibilmente Giampiero Regino, collaboratore esterno del Comune,
n.d.r.] con un secchio , in attesa dei vigili e degli operai del servizio
antincendio, che sono andati a rifornirsi di acqua. Situazione drammatica,
fiamme altissime e forti bagliori. Mi dicono di alcune masserie bruciate. La
notte sarà lunga. L'unico contatto, con il direttore de Il Quotidiano, al quale
ho descritto la grave realtà. Ho telefonato a tutti e inviato messaggi di
denuncia. Speriamo che il vento non aumenti.
Ma il vento non smetterà di soffiare, e i danni ammonteranno a circa 300 ettari di bosco
bruciato, solo nel comune di Trebisacce. Successivamente, Mundo ancora dichiara:
“Dopo una mattinata di tentativi e di incomprensioni sono riuscito a parlare
con il Capo della Protezione Civile Regionale il quale mi ha assicurato che un
elicottero è già operativo ed è in arrivo un Canadair.
Altri danni si aggiungono a quello sul patrimonio boschivo. Alla fine dell’estate, infatti, in
tutta la Calabria sono centinaia gli animali domestici (pecore, mucche, capre e maiali) uccisi
dalle fiamme e dal fumo. Gravissimi i danni anche all’olivicoltura, alla viticoltura, a frutteti
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ed orti. Numerosi fabbricati rurali, macchinari e infrastrutture industriali sono andate
perse. Incalcolabili i danni agli habitat e alla fauna selvatica, anche all’interno di aree
protette e nei Parchi Nazionali.
Il 25 luglio a San Demetrio Corone si registra anche il ferimento di un vigile del fuoco in
servizio: Luigi Antonio Nupieri. Mentre era alla guida di un mezzo impegnato nello
spegnimento di un incendio scoppiato nel cosentino, viene investito dalle fiamme all’interno
dell’abitacolo.
Alla fine dell’estate il bilancio, purtroppo, conterà anche tre morti: la prima vittima è un
uomo di 69 anni di San Pietro in
Guarano, che muore carbonizzato
mentre cerca di spegnere un incendio
divampato vicino al proprio terreno;
la seconda viene trovata morta in una
scarpata, a Favelloni, frazione del
comune di Cessaniti, in provincia di Vibo
Valentia;
sempre nel Vibonese, un donna di 71
anni resta intrappolata nelle campagne
di Zungri. Tenta di ripararsi dalle fiamme
cercando rifugio in un casolare, ma
muore per le esalazioni provocate dal
fumo e in parte anche per le ustioni a
seguito di un incendio in un uliveto.
Purtroppo i fatti citati, benché
gravissimi, sono solo una porzione
limitata di quello che è accaduto in
Santa Domenica Talao - foto di Antonio Viggiani Calabria durante l'estate del 2017.
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4. I DATI DEGLI INCENDI
Secondo i dati forniti dall’ex Corpo Forestale dello Stato, ora Carabinieri Forestali, in Italia dal
2009 al maggio 2016 si sono verificati 39203 incendi. La regione con il maggior numero di
roghi è la Sicilia (con il 16,6%), seguita in ordine da Campania (14,6%), e Calabria (13,7%). Se
invece vengono calcolati gli ettari percorsi dal fuoco ripartiti percentualmente per regione,
la Calabria si attesta al terzo posto (con il 14,6%), dopo Sardegna (19%) e Sicilia (30,5%).
Nel 2015 …a livello regionale le regioni più colpite, considerando il numero di incendi, sono
la Campania con 994 eventi e la Calabria con 864, che complessivamente corrispondono al
34,1 per cento del totale degli eventi. In Calabria si sono registrate le maggiori superfici,
boscata e totale, percorse dal fuoco, rispettivamente 4.901 e 6.581 ettari, pari al 15,9 per
cento del totale della superficie interessata dagli incendi a livello nazionale. (Fonte. Istat -
annuario ambientale 2016)
(Le elaborazioni grafiche sono tratte dal sito web http://datiallefiamme.it/)
I dati presenti nelle cartine arrivano fino a maggio 2016 e quindi non comprendono gli
incendi del periodo estivo dello stesso anno. Nell’anno 2016, infatti, la Calabria è la regione
più colpita dai roghi con oltre il 18% sul totale nazionale.
“Nell’ultimo anno la Calabria è stata la regione più colpita dai roghi (848), p del 18% sul
totale nazionale, seguita dalla Campania (759), dalla Sicilia (735) dal Lazio (436) e dalla
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Toscana (377)” Le province più colpite sono, nell’ordine, Cosenza, Salerno, Palermo, Latina e
Catanzaro”. (Fonte: Dossier Legambiente sulle Ecomafie - anno 2017).
Nel Dossier Legambiente sugli incendi 2017 (i dati comprendono il periodo dal gennaio al
26 luglio) ancora una volta la provincia con il maggior numero d’incendi in Italia è quella di
Cosenza (con Reggio Calabria al 4° posto).
Nella seguente tabella riportiamo i dati relativi agli incendi boschivi avvenuti in Calabria tra il
2004 e il 2016 con la relative superficie (in ettari) e le tipologie di coperture vegetali
(boscatae non boscata). Questi dati sono confrontati con quelli nazionali, riportati sulla
destra della tabella medesima.
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Nel corso dell’anno 2017 in Calabria sono stati registrati 10015 incendi
A fronte dei dati riportati in questo paragrafo segnaliamo un passo del Piano Anti Incendio
Boschivo del 2018 redatto dalla Regione Calabria in cui si legge:
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5. CAMBIAMENTI CLIMATICI E INCENDI
Non è nostro compito stabilire se i cosiddetti cambiamenti climatici (riscaldamento globale
in primis e, di conseguenza, tutti quei fenomeni meteorologici ad esso potenzialmente
collegati) siano effettivamente generati dall’uomo e dal suo impatto sui delicati equilibri
naturali. Non è nostro compito perché non siamo né climatologi né specialisti del settore.
La maggior parte degli studiosi che si occupano di questi argomenti, però, sembra esser
concorde sulla teoria del cosiddetto Global Warming, e sebbene vi siano comunque voci
contrastanti al comune sentire, i punti di vista appaiono abbastanza allineati, dimostrando
con vedute più o meno simili che l'innalzamento della temperatura media della Terra è
strettamente legato ad un aumento di concentrazione di CO2 in atmosfera dovuto al sempre
maggior uso di combustibili fossili.
Vero è che alcuni scienziati sono cauti nelle loro affermazioni (vale a dire: credono nel
legame tra CO2 e aumento delle temperature, ma ritengono plausibile che il
surriscaldamento della Terra possa esser legato anche ad altre cause, persino naturali);
mentre altri ancora non si sbilanciano nemmeno sul riscaldamento stesso, asserendo che
climatologia e meteorologia siano scienze troppo giovani per poter parlare di veri
cambiamenti rispetto al passato, visto che le misurazioni ufficiali dei parametri atmosferici
sono iniziate appena 150 anni fa circa (ci una frazione di secondo rispetto all'età della
Terra) e considerato che nella lunga storia del nostro pianeta le fluttuazioni climatiche sono
state numerose e anche intense.
Nonostante queste voci fuori dal coro, però, i ricercatori che vedono nelle attività
antropiche una causa certa del surriscaldamento del nostro pianeta (che, oltre ad essere i
più accreditati, sono anche la stragrande maggioranza) basano le loro convinzioni
sull'osservazione di fatti oggettivi e persino misurabili, quali il ritiro dei ghiacciai quasi
uniformemente distribuito (per lo meno nell'emisfero boreale); l'accumulo in atmosfera di
anidride carbonica e altri gas-serra, che sembra aver ormai superato la fatidica soglia di
400 parti per milione; lo scioglimento e l'assottigliamento della banchisa artica;
l'avvicendarsi di estati sempre più torride e con periodi di caldo estremo e siccità sempre più
lunghi.
Quali che siano le cause o il reale stato dei fatti, quindi, il Comitato basa le proprie
argomentazioni su ciò che appare agli occhi di tutti, oltre che su alcune inconfutabili
evidenze, anche se queste dovessero rappresentare una visione parziale o limitata nel
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tempo. Queste evidenze parlano di fenomeni meteorologici alquanto insoliti (per lo meno
a memoria umana), soprattutto negli ultimi venti/trent'anni, quali inverni relativamente miti
(o con incursioni fredde limitate come numero, intensità e durata), eventi estremi in forte
aumento, e soprattutto estati molto calde e siccitose.
Tutto ciò, al di dell'aspetto climatologico (che - ripetiamo - concerne altri contesti e altre
competenze), ha una relazione con l'argomento chiave di questo rapporto: l'aumento di
numero, frequenza e intensità degli incendi boschivi che, con tali particolarità
meteorologiche, trovano un contesto ambientale ideale al loro sviluppo e alla loro
diffusione.
Castiglione Cosentino - foto di Serena Guglielmelli
Ovviamente, senza la mano umana che avvio ad un evento incendiario, il binomio
“aumento della temperatura = aumento dei roghi” non avrebbe senso (cioè, l'aumento del
numero degli incendi non sarebbe, di per sé, direttamente proporzionale, per lo meno entro
certi limiti, all'aumento della temperatura terrestre). Di certo, però, le estreme condizioni
meteo che abbiamo più volte conosciuto nel corso delle estati degli ultimi anni favoriscono
il propagarsi degli incendi, limitandone controllabilità e possibilità di estinzione.
Un recente studio condotto dai ricercatori dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del
Consiglio Nazionale delle Ricerche, in collaborazione con le università di Lisbona, Barcellona
e della California ha inequivocabilmente dimostrato il legame stretto tra siccità, aumento
della temperature e aumento delle aree coinvolte in incendi boschivi, evidenziando non
solo quanto le condizioni climatiche influenzino la propagazione, l’estensione e quindi la
minore controllabilità degli incendi, ma come i fenomeni stessi (fermo restando il fatto che la
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maggior parte di essi siano innescati da attività umane, dolose o meno) potrebbero
incrementarsi nei prossimi anni, soprattutto alle nostre latitudini e anche a nord di un ideale
limite mediterraneo” (si veda il caso del Piemonte, devastato da incendi boschivi nel mese
di ottobre dello scorso anno).
Di fatto, l'area mediterranea sembra essere sempre più calda, più siccitosa e, di
conseguenza, sempre più arida, e proprio il 2017, in Italia, secondo le analisi del CNR, si è
attestato come l'anno con il minor numero di precipitazioni da almeno 200 anni a questa
parte, oltre che con un aumento medio della temperature di 1,3°C; aumento che, pur non
rappresentando un record, è comunque un incremento significativo e molto preoccupante,
soprattutto perc tra luglio e agosto dello scorso anno si sono verificate ben sei ondate di
caldo estremo, un numero decisamente fuori dalla norma.
di San Pietro in Guarano - foto di Francesco Ferraro
A questa anomalia si aggiunge la conseguente forte siccità, per la quale il 2017 verrà
sicuramente ricordato come uno dei peggiori della storia: fatta eccezione per i mesi di
gennaio, settembre e novembre, infatti, tutti gli altri periodi dello scorso anno hanno fatto
registrare un deficit di piovosità tra il 30 e il 50%.
Tutto questo, se unito al conseguente aumento del fenomeno degli incendi, che interessano
aree boschive sempre più vaste e che iniziano a presentarsi anche ben prima dell'inizio della
stagione estiva, ha pesanti ricadute sul territorio sotto molti punti di vista: perdita di flora e
21
fauna, perdita di produttività dei terreni, dissesto idrogeologico, oltre che un graduale ed
inesorabile inaridimento del suolo, tanto che in talune zone si è iniziato già da tempo a
parlare di veri e propri processi di desertificazione in atto.
Questi processi sono incipienti o g presenti in tutta l'area del Mediterraneo, e il Sud Italia
(particolarmente Sicilia, Puglia, Basilicata e Calabria) non può di certo ritenersi esente da
questo rischio. E' utile, a tal proposito, sottolineare che per desertificazione - secondo la
Convenzione sulla lotta alla siccità e alla desertificazione del 1994, ratificata dall’Italia con la
legge 170/97 - si intende un fenomeno di impoverimento e perdita di fertilità a cui vanno
incontro terreni ed ecosistemi fragili a causa dei cambiamenti climatici e delle attivi
umane. Va da sé, quindi, che proprio i prolungati periodi di siccità, l'alta incidenza degli
incendi boschivi in termini di frequenza, severità ed estensione, e l'eccessiva
antropizzazione del territorio rappresentano i fattori di rischio più marcati.
Per ciò che concerne l'indagine del Comitato e il suo impegno contro la distruzione
dell'ambiente a causa degli incendi, tutto quanto qui esposto è di primaria importanza,
soprattutto perché, in presenza di un cambiamento climatico (reale o presunto che sia,
indotto dall'uomo, casuale o di origine naturale), il fenomeno dei roghi nelle stagioni calde
assume caratteristiche differenti rispetto al passato: le stagioni degli incendi, come
abbiamo avuto modo di constatare anche nei mesi appena trascorsi, appare sempre più
lunga, iniziando e terminando in periodi dell'anno che, solo uno o due decenni fa,
risultavano completamente esenti dall'odioso fenomeno; periodi lunghi di calore estremo e
siccità (che, come detto, sembrano essere sempre più frequenti e intensi) aumentano il
cosiddetto stress idricosulla vegetazione, rendendola particolarmente e pericolosamente
infiammabile; la differenza dell'uso del territorio rispetto agli scorsi decenni (abbandono di
campagne e boschi da un lato, espansione incontrollata di aree urbane dall'altro) mette a
dura prova il patrimonio vegetale del nostro Paese, sempre più in “antitesi” e in
competizione” con le attività umane, esponendolo, direttamente o indirettamente, ad
incendi più devastanti rispetto a quanto accadeva in passato. Sarà quindi utile,
assolutamente necessario e imprescindibile, chiedersi come il nostro approccio al
fenomeno debba cambiare di conseguenza, sia in termini gestionali che di studio e ricerca.
Ma anche, e forse soprattutto, in termini di prevenzione e repressione dei numerosi atti
criminosi che, il più delle volte, sono alla base di una distruzione sistematica dei nostri
boschi.
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6. IL FALLIMENTO DEL PIANO ANTI INCENDIO BOSCHIVO 2017 E LA LEGGE
REGIONALE N° 51 DEL 22 DICEMBRE 2017
Per avere un'idea del livello di inadeguatezza delle politiche regionali rispetto al problema
degli incendi basti pensare che nell'agosto del 2017, con un ritardo di diciassette anni, la
regione Calabria ancora non aveva attuato la 353/2000 legge quadro in materia di incendi
boschivi.
Con questa legge il governo nazionale delegava le Regioni ad introdurre una serie di divieti e
vincoli per evitare meccanismi speculativi che potevano innescarsi a seguito degli incendi.
Non solo, la Legge Quadro 353/2000 prevedeva tutta una serie di misure che imponevano
alle Regioni di redigere annualmente il piano anti incendi boschivi (AIB), e ai Comuni il
catasto degli incendi.
Si trattava quindi di misure essenziali per la “Previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli
incendi” che le diverse amministrazioni regionali, alternatesi durante le scorse legislature,
non hanno inteso ratificare, nonostante i numerosi incendi che caratterizzano le estati
calabresi.
Eppure si trattava una semplice legge regionale, le cui linee guida erano presenti nella legge
nazionale. Il fatto che ad approvarla sarebbero bastati pochissimi sforzi è stato dimostrato
dal fatto che, dopo il disastro dell’estate 2017, le conseguenti preoccupazioni e le
mobilitazioni dei cittadini, la legge è stata varata in pochi mesi.
23
È difficile stabilire se una classe politica più solerte avrebbe potuto salvare le migliaia di
ettari di bosco andate in fumo, ma crediamo che il recepimento della legge quadro
nazionale 353/2000, con una omologa legge regionale, diventi qualcosa di significativo
solo se essa viene effettivamente applicata. In caso contrario, la norma diventa solo un
trofeo da esibire, un passaggio formale che non risolve nessuno dei problemi in essere.
Quale copertura economica per l’attuazione del’AIB?
Per l'anno 2017 la Regione ha speso 4 milioni di euro, mentre per il prossimo biennio la
legge non prevede coperture finanziaria, dovendo questa essere quantificata annualmente
in fase di redazione del Piano AIB.
A nostro avviso si tratta di un pericoloso vuoto legislativo, poiché il bilancio previsionale
della Regione Calabria viene approvato a dicembre, mentre il piano AIB va approvato
entro il 30 aprile dell'anno successivo (art. 3).
Per la precisione, entro il 31 gennaio di ogni anno la Regione stabilisce, con i soggetti addetti
all'attuazione del Piano AIB, la programmazione degli interventi di prevenzione (fasce
tagliafuoco, piste, viabilità forestale, punti di approvvigionamento idrico), il numero di
uomini e mezzi, nonché le modalità di verifica dello stato di efficienza dei mezzi medesimi.
Inoltre, la neo legge quadro stabilisce che entro il 30 settembre di ogni anno la Regione
debba procedere all’esame e alla valutazione del funzionamento del Piano AIB, con
valutazione dei punti di forza e debolezza e con esame comparativo rispetto agli anni
precedenti.
Il rischio quindi è che il Piano AIB venga finanziato a stento o solo con risorse residuali.
Tutto ciò rende difficoltoso un buon processo di programmazione della lotta agli incendi.
Le spese della Regione per flotta aerea anticendio
Una recente inchiesta ha svelato lo scandalo in cui la Elimediterranea srl ha frodato la
Regione Calabria facendo pagare le stesse fatture due volte e cagionando un danno per
250mila euro. Nello specifico, le due fatture, riguardanti servizi aerei per la lotta agli incendi
boschivi, emesse nel 2012 dalla suddetta società, furono liquidate dalla Regione Calabria una
prima volta a giugno 2013 ed una seconda volta, a distanza di un anno e mezzo, a dicembre
2014.
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Nella relazione tecnico-finanziaria alla legge quadro regionale sono presenti quattro voci di
spesa, tra cui: Il Costo annuale per l’affidamento del servizio di lavoro e trasporto aereo
finalizzato alla lotta contro gli incendi boschivi, da effettuarsi a mezzo di elicotteri da
impiegare a nolo.
La voce però non reca gli importi di riferimento. Ci chiediamo quindi quali siano
attualmente le aziende che svolgono l’AIB e mediante quale procedura vengano concessi
tali incarichi a soggetti privati?
Longobucco - foto di Giuseppe Bevacqua
Strane Dimenticanze
La legge regionale non recepisce puntualmente la legge quadro nazionale: manca infatti il
riferimento a previsione di interventi sostitutivi nel caso in cui il proprietario di un fondo
sia inadempiente alla sua pulizia, e vi è un unico riferimento a casi in cui il danno è ormai
fatto (e ci sanzioni, peraltro esigue: da euro 500 a euro 2.500 per chi non provvede alle
necessarie opere di sicurezza e fasce protettive, ripristino di viali parafuoco, potature e
pulizia delle cunette e delle scarpate stradali e ferroviarie”).
Chi spegne gli incendi? la formazione e la lotta attiva agli incendi
Nel corso dell’estate 2017 sono emerse importanti carenze organizzative nello spegnimento
attivo degli incendi. A rafforzare tale evidenza empirica riportiamo le parole di Carlo Tansi,
direttore della Protezione Civile Calabria: I DOS (Direttori delle Operazioni di Spegnimento)
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in Calabria erano operai forestali che hanno fatto un corso accelerato di 2 settimane”; La
stagione AIB inizia il 15 giugno e il corso per DOS è iniziato il 9 luglio. Di conseguenza si è
impegnato “personale improvvisato, senza arte e né parte, a cui abbiamo dato la direzione
di spegnimento degli incendi della nostra regione.
Trebisacce - foto di Giuseppe Genise
Se i DOS sono una figura strategica nel funzionamento dell’AIB, lo sono a maggior ragione i
responsabili della Sala Operativa Unificata Permanente (SOUP), che Tansi definisce
dilettanti allo sbaraglio. Sempre di Carlo Tansi sono le seguenti affermazioni: non c’era
una strategia, una competenza; il responsabile [del coordinamento dell'AIB, n.d.r.] era
stato chiamato a dirigere senza competenze.
Tansi ancora rileva l’inadeguatezza totale dell’azienda Calabria Verde nel mettere in
campo squadre preparate, [squadre antincendio che sembravano] Armate Brancaleone; e
infine, riferendosi all'esercito di operai dipendenti e soprattutto ai dirigenti di Calabria
Verde, il capo della Protezione Civile ne evidenzia l’improvvisazione, l’incapacità di gestire
lo spegnimento degli incendi in modo professionale.
A rendere concrete e attuali le nostre preoccupazioni è il Piano Anti Incendi Calabria 2018 di
cui riportiamo un estratto.
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In pratica, emerge come molte problematiche che hanno contribuito al disastro del 2017
siano rimaste insolute. Ci sembra improrogabile ed urgente anche una attenta formazione
professionale dei DOS e degli operatori SOUP, magari utilizzando le competenze del
personale ex CFS (Corpo Forestale dello Stato), ora presente nel CUTFAA (Comando Unità
per la Tutela Forestale, Ambientale e Agroalimentare).
Laccessibilità dei dati è un diritto sancito dalla legge
A differenza delle altre regioni, la Regione Calabria non ha una pagina web dedicata
all’AIB contenente la documentazione e i dati chiave aggiornati dellantincendio boschivo.
Eppure laccessibilità dei dati è un diritto sancito da un’ampia normativa alla quale fa
riferimento la stessa L. 353/2000 in cui all’art. 6. (Attività informative) si legge: “Le
amministrazioni statali, regionali e gli enti locali promuovono, ai sensi della legge 7 giugno
2000, n. 150, l'informazione alla popolazione in merito alle cause determinanti l'innesco di
incendio e alle norme comportamentali da rispettare in situazioni di pericolo. La divulgazione
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Pagina web dedicata al Piano AIB della regione Abruzzo
Nell’art. 2 (Prevenzione) della legge regionale si legge quanto segue: Si intendono per
attività di prevenzione indiretta le azioni di divulgazione, informazione e sensibilizzazione nei
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confronti della popolazione, delle scuole e degli enti pubblici e privati in materia di incendi
boschivi.
La nostra impressione è che la normativa regionale intenda la divulgazione come un’azione
puntuale verso scuole ed enti pubblici, mentre la 353/2000 fa esplicito riferimento sia alla
legge 7 giugno 2000, n. 150 “Disciplina delle attività di informazione e di comunicazione
delle pubbliche amministrazioni”, sia al decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29.Art. 12
Ufficio relazioni con il pubblico”, concependo l’informazione, quindi, come un costante e
aggiornato flusso di dati verso il cittadino.
Inoltre, avendo la nuova normativa regionale opportunamente individuato una precisa
cronologia nella predisposizione dellAIB, diviene sempre p urgente tenere aggiornati di
cittadini sul loro svolgimento. Ad esempio, la legge stabilisce che Il 31 gennaio di ogni
anno la Regione stabilisce, con i soggetti addetti all'attuazione del Piano AIB, la
programmazione degli interventi di prevenzione.
La sospensione della caccia nei terreni percorsi dal fuoco e i territori
limitrofi
Nella legge quadro regionale non è riportata
neanche un volta la parola caccia, che invece
è ben presente nella legge quadro 353/2000 in
cui, al Capo II all’art. 10. (Divieti, prescrizioni e
sanzioni) si legge: “Sono altresì vietati per dieci
anni, limitatamente ai soprassuoli delle zone
boscate percorsi dal fuoco, il pascolo e la
caccia”; e prosegue: “nel caso di trasgressione
al divieto di caccia sui medesimi soprassuoli si
applica una sanzione amministrativa non
inferiore a lire 400.000 e non superiore a lire
800.000”.
La disattenzione per la tutela della fauna
selvatica legata agli incendi fa il paio con
l’attenzione riservata ai cacciatori allorquando
il Consiglio Regionale calabrese ha deciso
all’unanimità di anticipare la caccia di ben tre
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settimane e di prolungarla fino al 10 febbraio. Tutto ciò è avvenuto nello stesso momento in
cui la Regione Calabria invocava l’intervento dell’esercito per gli incendi e lo stato di calami
per la siccità.
A nulla è valso neanche il parere Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (ISPRA),
l'autorità scientifica p importante d'Italia in tale materia, che scrive una nota a tutte le
regioni: “Lesercizio dell’attività venatoria a carico di talune specie può rappresentare un
ulteriore motivo di aggravamento delle condizioni demografiche delle popolazioni
interessate, non solo nelle aree percorse dagli incendi, ma anche nei settori limitrofi e
interclusi”; ed ancora: “In particolare dovrebbero essere emanati adeguati provvedimenti
affinché il divieto di caccia nelle aree forestali incendiate (come già previsto dalla Legge
353/2000, art. 10, comma 1 per le sole aree boscate) sia esteso almeno per due anni a tutte
le aree percorse dal fuoco (cespuglieti, praterie naturali e seminaturali, ecc.), nonché ad una
fascia contigua alle aree medesime.
Gli animali superstiti, scampati ai roghi delle aree percorse dal fuoco si concentrano, di
norma, nella aree limitrofe a quelle degli incendi. Quali crediamo siano i risultati della
caccia in queste aree?
A meno che non si affermi che gli incendi e la siccità non abbiano avuto conseguenze sulle
popolazioni faunistiche, chiediamo quali iniziative di monitoraggio le amministrazioni
competenti abbiano intrapreso sulla fauna selvatica stanziale o nidificante per arrivare alla
conclusione che non ci fosse bisogno di una sospensione o limitazione della caccia.
Trebisacce - foto di Giuseppe Genise
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7. MENO RISORSE NEL PIANO ANTINCENDI BOSCHIVI 2018 DELLA REGIONE
CALABRIA (di Matteo Olivieri - Economista Università della Calabria)
La prima cosa che salta agli occhi leggendo il Piano AIB 2018 della Regione Calabria è la
diminuzione, rispetto all'anno precedente, delle risorse finanziarie stanziate per le attività
di prevenzione e lotta agli incendi boschivi. Lo stanziamento per il Piano AIB 2017, infatti,
ammontava a 4.008.748,77 euro, mentre per l'anno in corso le risorse disponibili
corrispondono a 3.958.748,77 euro, vale a dire circa 50.000 euro in meno.
Si tratta di un dato in evidente contrasto con le rassicurazioni finora espresse dalla Regione
Calabria, nonché la constatazione che le richieste inoltrate negli scorsi mesi da numerose
istituzioni, da associazioni e da comitati di cittadini, non sono state adeguatamente recepite.
Eppure in molti, proprio in vista della nuova stagione estiva, hanno continuato a chiedere
che la priorità degli interventi venisse data all’addestramento e alla presenza di sentinelle
sui territori”, oltre che alla migliore organizzazione dei mezzi di soccorso (peraltro previsto
dal sistema regionale di antincendio boschivo), elementi di cui non vi è traccia nel Piano AIB
per l'anno in corso.
Come molti temevano, manca del tutto la previsione di spesa per le attività forse p
importanti e preziose, ovvero laddestramento e l’equipaggiamento delle squadre a terra (le
uniche risorse che, sulla base della conoscenza del territorio, hanno reali capacità di poter
intervenire in tempo per domare gli incendi, soprattutto se di origine dolosa). Come si legge
nel Piano 2018, infatti, …il costo della manodopera idraulico forestale dipendente dai
Consorzi di Bonifica, dell’azienda Calabria Verde e del Parco Naturale delle Serre, impiegata
nelle attività antincendio, comprensivo di Dispositivo di Protezione Individuale (DPI) ed
attrezzature, è previsto nelle assegnazioni finanziarie per ciascun Ente riportate nel Piano
Attuativo di Forestazione per l’annualità corrente.
Come dire che la manodopera è già ricompresa nel bilancio annuale ordinario di ciascun
ente. Tale aspetto non è per nulla da sottovalutare, considerato che, lo scorso anno,
autorevoli voci hanno denunciato con forza la carenza di formazione professionale delle
squadre chiamate a spegnere gli incendi o a dirigere le procedure di spegnimento da terra,
tanto da spingere Carlo Tansi, Direttore della Protezione Civile regionale, ad affermare che
...al posto di esperte guardie forestali, le operazioni di spegnimento a terra sono state
affidate a persone reduci da corsi di formazione improvvisati, prive degli strumenti e delle
competenze necessarie alla gestione dell’emergenza. Dunque, i 3.958.748,77 di euro del
Piano AIB serviranno a coprire le spese per:
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1. l’affidamento del servizio di lavoro e trasporto aereo, da effettuarsi a mezzo elicotteri
da impiegare a nolo;
2. manutenzione per il funzionamento del “sistema automatico antincendi boschivi”;
3. costi di riparazione e funzionamento di automezzi impiegati nelle attività
antincendio;
4. manutenzione dei sistemi di avvistamento degli incendi boschivi;
5. realizzazione ed adeguamento dei punti di rifornimento idrico;
6. costo per la stipula di convenzioni con il Corpo dei vigili del Fuoco e le Associazioni di
Volontariato e di Protezione Civile da impiegare nella lotta agli incendi boschivi.
La domanda legittima che si pone è se la disponibilità di minori risorse che serviranno ad
organizzare un maggior numero di attività renda il Piano AIB 2018 realmente efficace per
le esigenze di una regione come la Calabria, dove il periodo di grave pericolosità decorre
dal 15 giugno al 30 settembre fatta salva leventualità di estendere lo stesso in relazione
all’andamento climatico. Se si incrocia questa domanda con i dati ufficiali, secondo cui la
provincia di Cosenza, nel 2017, è stata quella maggiormente colpita da incendi (con ben
2.549 roghi ed unestensione della superficie delle aree percorse dal fuoco pari a 413,08
Kmq, corrispondente al 6,2% della superficie della sua intera estensione), e che ”…sono stati
più di 13.000 gli interventi aerei per gli spegnimenti (laddove nel 2016 erano stati poco più
di 5.000), si comprende che la Calabria rischia di farsi trovare ancora impreparata nel caso di
una nuova emergenza.
Mesi addietro, in occasione dell’approvazione in consiglio regionale calabrese della legge
numero 51/2017 (che recepisce la legge-quadro in materia di incendi boschivi n. 353/2000),
era stato fatto notare che la legge regionale non prevede alcuna copertura finanziaria per il
prossimo triennio, dovendo questa essere quantificata annualmente in fase di redazione
del Piano AIB. Ebbene, le critiche allora sollevate trovano purtroppo riscontro nelle
considerazioni qui esposte, ed il rischio che il Piano AIB venga finanziato a stento o solo con
risorse residuali è ormai una certezza. Tutto c complica ulteriormente qualsiasi ipotesi di
efficace e credibile programmazione degli interventi nella lotta agli incendi boschivi.
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8. GLI INCENDI E LE ECOMAFIE
L'esistenza delle mafie rurali, in Calabria come in altre regioni del Sud Italia, è cosa nota e
rintracciabile sia nelle cronache giudiziarie che nei libri di storia. Esse si manifestavano, e in
parte ancora si manifestano, con azioni di “protettorato” delle famiglie malavitose sui
rispettivi possedimenti, sui loro beni, sulle materie prime, sui prodotti e sui fatturati,
praticando tutta una serie di azioni illegali e criminose a danno delle comunità, ed
impedendo di fatto uno sviluppo sano e virtuoso dell'economia agricola di un territorio.
Tra i vari fenomeni tipici di queste attività illecite vi era la pratica di appiccare incendi nei
terreni di proprietà, sia per il rinvigorimento dei pascoli, sia per cambiare la destinazione
d'uso di terreni e di conseguenza incrementarne il valore economico; una pratica che,
seppur ampiamente contrastata da Stato e organi giudiziari (e quindi relativamente in calo
rispetto a qualche decennio fa) è ancora abbastanza presente, con effetti fortemente
impattanti sul territorio e sul suo ecosistema.
Celico - foto di Armando Mangone
Quello che sta accadendo negli ultimi anni, però, a cui il Comitato Stop Incendi Calabria fa
ampio riferimento, sembra essere qualcosa di diverso, qualcosa di più grande, che va ben
oltre la dimensione di pochi criminali che agiscono in modo individuale e disorganizzato: una
vera e propria “mafia dei boschi”. Una delle prime denunce sull’esistenza di questo
fenomeno, frutto della evoluzione” e dell'adattamento delle organizzazioni mafiose ai
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mutamenti della società e delle sue perverse leggi di profitto, risale al 2011, quando Luigi
Stasi, allora sindaco del comune di Longobucco (CS), denunciava alla procura della
Repubblica di Castrovillari, nonché in diverse trasmissioni televisive, l’esistenza di un piano
criminale; un meccanismo secondo cui “dopo gli incendi si taglia meglio.
L'ex primo cittadino spiegava, infatti, che dopo un incendio era più facile ottenere licenze di
taglio, persino in aree sottoposte a vincoli. L’incremento del fenomeno degli incendi
registrato in questi ultimi tempi, quindi, può essere messo in relazione con gli interessi di
spregiudicate aziende boschive che mirano a saccheggiare ciò che è sopravvissuto alle
fiamme ad evidente scopo di lucro!
San Pietro in Guarano - foto di Armando Mangone
Ma qual è il fine di tali attività? Perché un'organizzazione criminale trarrebbe vantaggio
economico dai tagli boschivi? Una risposta a questa domanda giunge da Carlo Tansi,
responsabile della Protezione Civile della Regione Calabria, che, proprio durante l'emergenza
incendi nell'estate del 2017, congettura un'ipotesi atta a dimostrare una precisa relazione tra
roghi e centrali a biomasse. Durante un’edizione del TG3 Calabria, infatti, Tansi mostra una
mappa della regione da cui risulta un'anomala quanto sospetta corrispondenza tra le aree
incendiate e le tre grandi centrali del Mercure, di Rende e di Savelli. Tansi sospetta che le
bonifiche di quelle aree percorse dagli incendi (bonifiche sommarie che di fatto non tengono
conto della differenza tra alberi bruciati e alberi risparmiati dal fuoco) verranno effettuate da
"aziende boschive in odor di mafia", e conclude chiedendosi dove andrà a finire il legname
degli alberi sopravvissuti agli incendi.
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La domanda di Tansi trova una parziale risposta qualche mese più tardi, precisamente negli
atti dell'operazione “Stige” condotta dal procuratore Nicola Gratteri che, nel gennaio 2018,
svela il predominio mafioso della ditta “De Luca” di San Giovanni in Fiore (CS), una ditta che
appunto riforniva di legname la centrale a biomasse del Mercure, di proprietà dell'ENEL,
gestendo in maniera criminale gran parte del patrimonio boschivo calabrese. L'ENEL, che per
realizzare la centrale del Mercure nel mezzo del Parco del Pollino (già questo un atto
criminoso di per sé!) nel solo 2016 aveva incassato 49 milioni di euro di incentivi statali, da
parte sua ha dichiarato di aver interrotto i rapporti con la ditta “De Luca”, rifiutandosi
tuttavia di rendere pubblico l'elenco di tutte le altre aziende fornitrici; un elenco che, a
questo punto, potrebbe essere molto interessante! Sarebbe utile sapere, infatti, se in questa
lista compare, ad esempio, anche l’impresa boschiva “F.lli Spadafora, anch'essa di San
Giovanni in Fiore e anch'essa coinvolta nella medesima operazione anticrimine.
Rose - Azienda di Matteo Bruno
Pasquale Spadafora - si legge nell'ordinanza di custodia cautelare - attraverso l'intercessione
di Vincenzo Santoro, detto “u monacu”, a cui la ‘ndrangheta aveva affidato il controllo di
tutto l'altopiano silano, riusciva ad aggiudicarsi qualunque tipo di appalto. Ed è proprio
Vincenzo Santoro, elemento di spicco della cosca Farao-Marincola, di Cirò Marina, a
monopolizzare gli appalti per il taglio boschivo per tutto l’altopiano silano (appalti pubblici e
privati), compiendo atti di concorrenza sleale mediante violenza e con l’impiego di metodi
mafiosi, al fine di annichilire ogni possibile concorrenza.
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Non solo: i magistrati della DDA (Direzione Distrettuale Antimafia) scrivono che i fratelli
Spadafora insieme a Vincenzo Santoro godevano di pericolose connivenze con
appartenenti all’amministrazione regionale. Forse sono proprio queste connivenze che
spiegano come la cooperativa sociale “Kalasarna” di Campana (CS), pur non iscritta all’Albo
Regionale Imprese Boschive, vincesse in modo fittizio le aste i cui lavori venivano
successivamente eseguiti dall'impresa “Spadafora”. Oltre alle ditte “De Luca e “Spadafora”
di San Giovanni in Fiore, anche altre aziende potevano partecipare alla spartizione degli
appalti, la quale avveniva in cambio del versamento di somme di denaro, poi divise tra le
cosche cosentine e crotonesi. A completare il quadro vi sono anche le immancabili
estorsioni: a riscuotere il "pizzo", secondo le accuse della procura, sarebbero stati proprio
Vincenzo Santoro e Luigi Tasso, amministratore della cooperativa sociale “Kalasarna”.
Tutto diventa ancor più intricato con le connivenze a carico del viceispettore di Longobucco
Carmine Greco, emerse da alcune intercettazioni telefoniche effettuate nell'ambito della
stessa operazione “Stige” e pubblicate su «Il Quotidiano di Calabria». Lunedì 12 febbraio
2018, il giornale infatti così titolava: “Il viceispettore di Longobucco e gli occhi chiusi sui tagli
in Sila. Dalle connivenze al Ministero”. Secondo quanto riportato dal quotidiano, il Greco
avrebbe interpellato Vincenzo Zampelli, titolare di una ditta boschiva che stava eseguendo
dei tagli a Longobucco (poi arrestato per mafia), proprio per rassicurarlo su un imminente
controllo che avrebbe dovuto effettuare.Quando arrivo là e ci voltiamo - sembra gli abbia
detto - proprio a voler dire che nessuna vera ispezione sarebbe stata fatta.
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9. IL CATASTO “FANTASMA” DELLE AREE PERCORSE DAL FUOCO
Dopo la famigerata stagione estiva del 2017, durante la quale decine di migliaia di ettari di
foreste e di macchia mediterranea sono andati in fumo nella nostra regione, appare ancor
più evidente il fatto che determinate procedure, siano esse preventive, correttive, di
intervento e/o di trasparenza (peraltro tutte previste dalla legge) non possano essere
disattese, demandate o procastinate nel tempo. Come ogni amministrazione regionale, La
Regione Calabria ha l'obbligo, previsto dalla legge 353/2000, di approntare un piano per la
programmazione delle attività di previsione, prevenzione e lotta attiva contro gli incendi
boschivi. Esso individua:
1. le cause determinanti ed i fattori predisponenti l'incendio;
2. le aree percorse dal fuoco nell'anno precedente, rappresentate con apposita
cartografia;
3. le aree a rischio di incendio boschivo rappresentate con apposita cartografia
tematica aggiornata, con l'indicazione delle tipologie di vegetazione prevalenti;
4. i periodi a rischio di incendio boschivo, con l'indicazione dei dati anemologici e
dell'esposizione ai venti;
5. gli indici di pericolosità fissati su base quantitativa e sinottica;
6. le azioni determinanti, anche solo potenzialmente, l'innesco di incendio nelle aree e
nei periodi a rischio di incendio boschivo di cui ai numeri 3 e 4;
7. gli interventi per la previsione e la prevenzione degli incendi boschivi anche
attraverso sistemi di monitoraggio satellitare;
8. la consistenza e la localizzazione dei mezzi, degli strumenti e delle risorse umane
nonché le procedure per la lotta attiva contro gli incendi boschivi;
9. la consistenza e la localizzazione delle vie di accesso e dei tracciati spartifuoco
nonché di adeguate fonti di approvvigionamento idrico;
10. le operazioni silvicolturali di pulizia e manutenzione del bosco, con facoltà di
previsione di interventi sostitutivi del proprietario inadempiente, in particolare nelle
aree a più elevato rischio;
11. le esigenze formative e la relativa programmazione;
12. le attività informative;
13. la previsione economico-finanziaria delle attività previste nel piano stesso.
37
Tutto c implica, o dovrebbe implicare, azioni di controllo sui comuni per molte di queste
funzioni, al fine di minimizzare i danni derivati da eventi disastrosi (naturali o meno), di
concepire un'efficace prevenzione, di informare la popolazione su rischi e comportamenti, e
di monitorare il territorio nelle sue inevitabili mutazioni dovute alla pressione antropica,
all'incuria, al dolo e alla speculazione.
Nel caso che qui si discute - cioè l'elevatissima incidenza di roghi estivi, la maggior parte dei
quali di origine dolosa - una delle procedure più importanti risiede nella redazione del
catasto delle aree boscate e dei pascoli percorsi dal fuoco (lettera “b” dell'elenco
precedente), predisponendo chiare indicazioni sull’approccio metodologico da utilizzare
nell'attuazione degli elaborati atti alla creazione del catasto medesimo.
Il catasto, vero e proprio registro di tutti gli eventi che avvengono su un determinato
territorio in un determinato periodo di tempo, viene realizzato sulla base dei dati ufficiali
elaborati dai Carabinieri per la tutela forestale. Ciò avviene sia attraverso i rilevamenti GPS
delle aree percorse dal fuoco (sovrapposizioni di aerofotogrammetrie in primis) che tramite
lo specifico e capillare accertamento del livello di danno subito dalle specie arboree. I
comuni, dal canto loro, hanno l'obbligo di aggiornare annualmente la cartografia delle
aree incendiate e, conseguentemente, tutti quegli strumenti atti al monitoraggio del
territorio. Altresì, per le amministrazioni comunali corre lobbligo di aggiornamento, con
cadenza triennale (e comunque all’occorrenza) delle perimetrazioni relative al rischio di
cosiddetti “incendi di interfaccia”
1
nonché, secondo la lettera b) del comma 4 dell’articolo 1
della Legge Regionale n. 51/2017, delle relative “fasce di rispetto
2
. Ai comuni, inoltre, è
fatto obbligo annuale di far pervenire copia del catasto aggiornato presso l'UOA Foreste,
organo regionale per la forestazione e la difesa del Suolo
3
(ex Assessorato Agricoltura Foreste
Forestazione, Dipartimento n° 6).
La stesura del catasto delle aree percorse dal fuoco è uno strumento necessario e
imprescindibile per la salvaguardia del territorio anche perché, oltre a mantenere aggiornato
lo stato effettivo delle superfici, regola senza possibilità di scampo i vincoli temporali che
regolano l’utilizzo delle aree interessate dagli incendi:
1
Si definisce incendio di interfaccia l'incendio che minacci di interessare aree di interfaccia urbano-rurale,
intese queste come aree o fasce nelle quali l'interconnessione tra strutture antropiche e aree naturali è
molto stretta; roghi in luoghi geografici, cioè, dove il sistema urbano e quello rurale si incontrano ed
interagiscono.
2
Trattasi di zone inserite nella pianificazione di emergenza comunale secondo le disposizioni riportate nel
manuale operativo per la predisposizione di un piano comunale o intercomunale di protezione civile redatto
dal Capo del Dipartimento della protezione civile, commissario delegato ai sensi dell’OPCM del 28 agosto
2007, n. 3606.
3
Trattasi dell'ex Assessorato Agricoltura Foreste e Forestazione”, Dipartimento n° 6.
38
un primo vincolo è relativo a quelle zone boschive ed ai pascoli i cui soprassuoli siano stati
percorsi dal fuoco, i quali non potranno usufruire di una destinazione diversa da quella
preesistente all’incendio per almeno quindici anni (vincolo quindicennale); in queste aree è
comunque consentita la costruzione di opere pubbliche necessarie alla salvaguardia della
pubblica incolumità e dell’ambiente;
un secondo vincolo determina il divieto decennale di realizzare edifici, strutture o
infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive, fatti salvi i casi in cui per
detta realizzazione sia stata già rilasciata, in data precedente all’incendio e sulla base degli
strumenti urbanistici vigenti a tale data, la relativa autorizzazione o concessione;
un terzo ed ultimo vincolo vieta per cinque anni le attività di rimboschimento e di
ingegneria ambientale sostenute da risorse finanziarie pubbliche, salvo specifica
autorizzazione concessa dal Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio (per le aree
naturali protette statali), o dalla regione competente (negli altri casi) per documentate
situazioni di dissesto idrogeologico e nelle situazioni in cui sia urgente un intervento per la
tutela di particolari valori ambientali e paesaggistici.
La procedura amministrativa delineata dalla legge prevede che, una volta individuate le
particelle catastali interessate dagli incendi, venga prodotto un elenco delle stesse che
verrà affisso all’Albo Pretorio del Comune per 30 giorni. Durante tale periodo è prevista la
possibilità, per i cittadini interessati, di presentare ricorso contro lapposizione del vincolo.
Trascorso tale periodo senza che siano state sollevate obiezioni, il vincolo risulta attivo a tutti
gli effetti.
Purtroppo, nonostante il numero di amministrazioni calabresi dotatesi di catasti aggiornati
sia sensibilmente cresciuto rispetto all'immediato passato, molti sono ancora i casi di
inadempienze e ritardi nella stesura di questi irrinunciabili documenti da parte di numerosi
comuni. Ciò, nonostante la legge quadro regionale, all’art. 12 (sanzioni) reciti: La mancata
redazione o aggiornamento del catasto incendi e della relativa cartografia da parte dei
comuni può costituire motivo di esclusione degli stessi dai bandi e dai finanziamenti
regionali”.
Il Comitato intende evidenziare questa inerzia amministrativa, che mette ad ulteriore
repentaglio il patrimonio boschivo calabrese e non aiuta di certo il processo di tutela di un
territorio così fragile sotto un punto di vista naturalistico e idrogeologico (per la qual cosa
ogni comune interessato dovrà eventualmente rispondere alla Regione). Inoltre, intende
soffermarsi su alcune particolarità della stessa legge regionale, con particolare riferimento
proprio alle misure sanzionatorie previste dalla legislazione in atto alle quali, in caso di
accertata inosservanza delle regole, ogni comune dovrebbe essere sottoposto.
39
In particolare, il Comitato, si interroga sui seguenti quesiti:
1. cosa si intende esattamente con la dicitura può costituire motivo di esclusione (…)
dai bandi e dai finanziamenti regionali”? (l'uso del verbo potere ammorbidisce” il
senso della frase che, a voler essere fiscali, assumerebbe un titolo molto più
perentorio qualora fosse così espressa: “La mancata redazione (…) costituisce motivo
di esclusione (...)”; in altre parole, la formula originale sembrerebbe lasciare uno
spiraglio ai comuni “in odore di inadempienza, quasi che la mancata ottemperanza
agli obblighi di legge possa essere valutata a seconda dei casi;
2. i comuni eventualmente inadempienti possono partecipare a bandi a seconda della
tipologia di finanziamento?
3. se sì, a quali?
4. Quali sono gli aspetti secondo cui il legislatore decide di intervenire o meno
escludendo un comune dai finanziamenti?
Cosenza - foto di Domenico Palma
Relativamente ai quesiti su riportati, l'articolo 12 della legge regionale appare quindi opaco
ed ambiguo. Pertanto, il Comitato, oltre a chiedere delucidazione in proposito, evidenzia
come la Regione debba uscire dall’ambito della discrezionalità e rendere trasparenti e
chiari i criteri di inclusione od esclusione.
Relativamente, invece, alla stesura generale della stessa legge, il Comitato evidenzia come al
suo interno sia assente l’obbligo (sempre in capo ai Comuni) di redigere con apposita
cartografia tematica aggiornata le “aree a rischio di incendio boschivo” avente valore di
vincolo nella pianificazione territoriale, come invece viene prescritto dalla legge quadro
nazionale.
40
10. Il RIPRISTINO DEI PAESAGGI FORESTALI NELL’ECO-REGIONE
MEDITERRANEA DOPO GLI INCENDI (di Giuseppe Rogato - WWF Citra, e
Comitato Stop Incendi Calabria)
Da sempre, negli ambienti mediterranei, gli incendi interagiscono in maniera organica con
tutte le componenti degli ecosistemi, condizionando levoluzione delle specie e le dinamiche
degli ecosistemi stessi.
Laddove i roghi, però, si manifestano con frequenza ed intensità anomala, essi
rappresentano un fattore di devastazione e, di conseguenza, diventano principi d’innesco
per varie, severe e persistenti forme di degrado. Per fronteggiare tali criticità, che oggi
minacciano di indebolire fortemente gli habitat e finanche di portare a livello di estinzione
diversi gruppi animali, è necessario progettare e realizzare, su scala spaziale e temporale,
piani di conservazione più efficaci rispetto alle pratiche tradizionali.
Il WWF, da tempo in prima linea nell'affrontare questo tipo di tematiche, ha elaborato un
approccio di salvaguardia ecoregionale
1
basato sui principi fondamentali della biologia della
conservazione, con obiettivi mirati al mantenimento della biodiversità e degli ecosistemi.
Partendo dall’assunto che “nei paesi mediterranei gli incendi della vegetazione sono un
fenomeno di prevalente origine antropica e le cause sono riconducibili a motivazioni sociali
ed economiche” (Saracino e Leone, 2001), le aggressioni al territorio e alla biodiversità
devono essere affrontate da un punto di vista sia naturalistico che socio-economico, per
mezzo di programmi di conservazione ecoregionale che devono necessariamente interagire
con le normative nazionali e regionali, nonché con i relativi piani per la prevenzione e la lotta
attiva agli incendi boschivi.
In Calabria, il recepimento della Legge Quadro 353/2000 è avvenuto con la recente Legge
Regionale 22/12/2017 n°51 (“norme di attuazione della prevenzione degli incendi boschivi”)
presentata dal consigliere regionale Domenico Bevacqua, presidente della quarta
commissione ambiente. Si tratta di un recepimento molto tardivo che, al di delle
dichiarazioni di intenti, risulta debole a livello operativo in quanto privo di copertura
finanziaria. Larticolo 6 della Legge Regionale (“clausola di neutralità finanziaria”), al comma
1, recita infatti: “Dall’attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a
1
Le ecoregioni sono definite dal WWF come "unità relativamente grandi di terra o acqua contenenti un
assemblaggio distinto di specie e comunità naturali, con confini che approssimano l'estensione originale
delle comunità naturali prima di importanti cambiamenti nell'uso della terra". Altri hanno definito le eco
regioni come aree di potenziale ecologico basate su combinazioni di parametri biofisici quali il clima e la
topografia.
41
carico del bilancio regionale”.
Al di di questa “anomalia” legislativa, la traduzione pratica delle misure previste per la
mitigazione del fenomeno degli incendi boschivi appare di difficile applicazione. Ad ogni
stagione, puntualmente, si verificano ritardi e condizionamenti sul piano della vigilanza e
della prevenzione, come nel caso dei censimenti delle aree percorse dal fuoco che ogni
comune dovrebbe redigere al fine di impedire la modifica delle destinazioni d'uso dei terreni
per quindici anni, nonché la caccia e la pastorizia.
Bosco misto conifere e latifoglie
Purtroppo, ad oggi solo poche amministrazioni si sono dotate del registro comunale
antincendio, con la conseguenza che il nostro patrimonio boschivo resta potenzialmente
minacciato da azioni speculative private e dalla pressione delle attività agro-silvo-pastorali
impattanti sull'ecosistema. In particolare, i boschi di tutta la ecoregione mediterranea sono
di fatto esposti al pericolo costante di incendi - la maggior parte dei quali dolosi - che
costituiscono la principale causa del loro degrado. Per garantire una adeguata tutela alle
aree prioritarie interessate da questo fenomeno è quindi necessario mettere in campo
strategie che coinvolgano tutti i soggetti socio-istituzionali attivi su un territorio con
l’obiettivo di assicurare la tutela, la persistenza e il miglioramento dello stato e dei valori
della biodiversità.
Come è ormai tristemente noto, nell'estate del 2017, in Calabria, le fiamme hanno divorato
oltre 35.000 ettari di territorio, finanche nei parchi nazionali, nelle riserve naturali, nei Siti
d’Importanza Comunitaria (SIC), nelle Zone di Protezione Speciale (ZPS) e nelle Oasi WWF
42
(solo in queste ultime sono andati in fumo oltre trecento ettari di bosco di particolare pregio
naturalistico). I più preziosi ambienti colpiti sono stati i boschi ripariali
2
, i boschi misti e le
leccete mature, con la complicità di una stagione estremamente siccitosa, condizione ideale
per la diffusione rapida e devastante del fuoco.
Di fronte a un simile disastro, vi è sempre il dubbio di come agire per rimediare ai danni
subiti, con particolare riferimento alle cosiddette “azioni di ripristino dei paesaggi forestali".
Il WWF, ad esempio, ritiene che alcuni interventi riparativi (abolire il sottobosco, creare
cesse antincendio
3
, rimboschire immediatamente dopo i roghi, aprire strade per il pronto
intervento, scegliere essenze a rapida crescita) siano controproducenti se non dannosi,
nonostante proprio questi sembrano essere i rimedi maggiormente sostenuti, proposti ed
attuati dai decisori politici e dagli amministratori locali, con il contributo operativo di qualche
esperto” di sistemi agro-forestali. Come sottolinea Fulco Pratesi, presidente del WWF, il
comportamento più saggio dovrebbe essere quello di lasciare che la natura provveda da sé a
risanare i danni prodotti dai roghi. Ciò, non solo perché qualsiasi intervento umano
presuppone progetti da appaltare (e spesso i relativi interessi economici che, a loro volta,
stimolano gli stessi incendiari a reiterare le pratiche incendiarie), ma anche perché più
2
Una zona ripariale è l'interfaccia tra la terra e un corpo acqueo che scorre in superficie. Le comunità vegetali
lungo i bordi del fiume sono chiamati vegetazione ripariale.
3
Trattasi di strisce tagliafuoco o viali parafuoco
43
giusto da un punto di vista puramente naturalistico. Senza interventi esterni, infatti, questi
habitat si evolveranno spontaneamente in formazione forestali progressive: gariga
4
, macchia
bassa, macchia alta, foresta.
Secondo il WWF, pertanto, il recupero e la tutela dei valori della biodiversità forestale
dovrebbero avvenire secondo i seguenti criteri:
1. Promuovere modalità di gestione in grado di favorire la funzionalità ecologica degli
ecosistemi forestali colpiti dagli incendi;
2. Incrementare del 20% entro il 2020 la superficie di foreste selezionate con criteri
HCVF (High Conservation Value Forests);
3. Incrementare dell’80% entro il 2025 la superficie dei tipi di habitat forestali gestiti
secondo criteri FSC (Forest Stewardship Council);
4. Rimboschire all’interno delle aree prioritarie entro il 2020 mediante l’uso di
genotipi certificati.
5. Ridurre l'incidenza dei fattori di disturbo sulle specie e sui tipi di habitat specifici
delle aree prioritarie;
6. Ridurre del 50% entro il 2030 la superficie percorsa dal fuoco all’interno delle aree
prioritarie;
7. Ridurre del 20% entro il 2030 la superficie vulnerabile agli attacchi degli incendiari
attraverso la mitigazione dei fattori che favoriscono gli incendi;
8. Assoggettare alla valutazione ambientale entro il 2020 tutti i piani territoriali e
settoriali, tenendo conto degli impatti sui valori della biodiversità caratterizzanti le
aree prioritarie.
Tutto ciò, considerando con attenzione l’evoluzione del ripristino ambientale post-incendio,
estremamente variabile a seconda della maggiore o minore capacità di rigenerazione
naturale degli ecosistemi, dell'entità del danno subito, nonché della estensione dei territori
colpiti. Danni ingenti, come la perdita di specie, lerosione del suolo e la scarsità d’acqua,
hanno colpito negli ultimi anni territori sempre più estesi provocando devastazioni complete
come la carbonizzazione dell’intero ecosistema (la cui rigenerazione risulta lenta e difficile) e
finanche la desertificazione.
4
Trattasi di una associazione di arbusti e di erbe conseguente alla degradazione della macchia. Essa copre
aree mediterranee secche e si presenta con caratteristiche diverse che dipendono dal tipo di terreno. Si
compone in genere di piante e cespugli alti meno di un metro, intramezzati da rocce o da suolo nudo,
sabbioso o sassoso. In questi ambienti molte specie vegetali evidenziano adattamenti contro l'eccessiva
traspirazione o il morso degli animali: alcune presentano spine e piccole foglie coriacee o rivestite da
lanugine, altre sono ghiandolose o aromatiche.
44
11. GLI EFFETTI DEGLI INCENDI SULLA FAUNA SELVATICA (di Giorgio Berardi -
LIPU Calabria)
Gli incendi dei boschi e delle foreste costituiscono un grave fattore selettivo nella dinamica
degli ecosistemi terrestri e rappresentano una forte minaccia per la sopravvivenza della
fauna selvatica. L'ambiente mediterraneo, caratterizzato da estati aride e temperature
relativamente elevate, è particolarmente soggetto al verificarsi degli incendi ma,
contrariamente a quanto avviene in altri contesti geografici ed ecologici, nelle regioni
mediterranee (ed in particolare in Calabria) gli incendi non possono essere considerati un
elemento naturale e fisiologico, bensì un fattore di modificazione ambientale innescato,
volontariamente od involontariamente, dall'azione dell'uomo. La frequenza degli incendi
nella nostra regione è notevolmente aumentata negli ultimi decenni e molte aree
geografiche sono state oggetto di ripetuti eventi nel corso degli anni, compromettendo le
possibilità di recupero naturale della vegetazione ed alterando, quindi, il paesaggio
vegetale e le zoocenosi
1
in maniera drammatica.
Foto archivio LIPU
Secondo alcuni studi, il numero di animali adulti che muore per effetto diretto del fuoco, se
si considerano i vertebrati omeotermi
2
(uccelli e mammiferi), è in genere relativamente
modesto in quanto in grado di allontanarsi dal fuoco, mentre è elevato per i loro piccoli, i
rettili e gli anfibi. Esemplari adulti appartenenti a determinate specie (come ad esempio i
pipistrelli), hanno però una possibilità di scampare dal fuoco assai limitata, poiché soliti a
ripararsi sotto le cortecce dei grandi alberi, finendo per rimanere vittime degli incendi.
1
Il complesso degli organismi animali che in un ecosistema compongono una comunità di specie che vivono
in un determinato ambiente.
2
Condizione caratteristica di quegli animali in grado di mantenere costante la propria temperatura corporea.
45
Lo stesso avviene per i rettili, che solitamente trovano riparo sotto le rocce. Durante un
incendio queste diventano incandescenti, finendo per ustionarli, arderli vivi o determinarne
la morte per intossicazione.
Foto archivio LIPU
Gli incendi, inoltre, sono un importante fattore limitante per il successo riproduttivo a
seconda della stagione in cui l'evento si verifica:
In estate, periodo post-riproduttivo, ricco di individui giovani e particolarmente vulnerabili
(prole non involata, deposizioni tardive o seconde deposizioni, piccoli ungulati nella fase
hiding
3
, cuccioli in tana, ecc.), gli incendi causano delle vere e proprie stragi; in periodo
autunnale, invece, vengono colpiti gli adulti e soprattutto i giovani esemplari ancora
inesperti. In particolare, subiscono perdite rilevanti le specie letargiche (come i pipistrelli) o
semi letargiche (come i ghiri, gli scoiattoli, i moscardini, i ricci e i tassi) poiché non hanno la
prontezza di fuggire di fronte al pericolo. In ogni caso, per tutti gli animali la distruzione del
proprio habitat nell’imminenza dei rigori invernali significa morte certa, venendo ad essere
privati, con ogni probabilità, del nutrimento e del riparo necessari nella stagione fredda.
Quando interessano un bosco maturo, caratterizzato dalla presenza di fusti imponenti, la
conseguenza degli incendi sarà, per molti anni, la limitazione in quel luogo della presenza di
varie specie di mammiferi e soprattutto di uccelli, che per riprodursi necessitano di cavità
all’interno di grossi alberi. È il caso del picchio o dell’allocco, della poiana, del falco
pecchiaiolo e del gufo reale, uccelli che nidificano su alberi molto alti.
Quanto detto non presenta grandi differenze se ci spostiamo sulle sponde di un fiume o sulle
rive di un canale. Lungo i corsi dacqua, infatti, si aprono microcosmi ricchi di vita (come i
3
Camuffamento, occultamento.
46
canneti) capaci di ospitare numerosi animali. Per fare un esempio, l’avifauna è qui presente
con varie specie, tipiche di questo ambiente, quali la cannaiola, il bassettino, il tarabuso, la
folaga, la gallinella d’acqua, il cuculo; mentre, dove il canneto si fonde con la vegetazione
terrestre, fra i piccoli cespugli è possibile trovare usignoli di fiume e pendolini, con il tipico
nido appeso a bisaccia.
Vi è da aggiungere, inoltre, che la distruzione delle singole forme di vita per causa degli
incendi acquisisce un’ulteriore gravità qualora gli animali colpiti appartengano a specie
minacciate di estinzione. Fra queste, si ricordano il gufo reale, il topino, laverla cinerina, il
tarabuso (per quanto concerne l’avifauna), il lupo e la lontra (tra i mammiferi) e la tartaruga
di Hermann (tra i rettili).
L’impatto dei roghi sulla fauna selvatica, dunque, è notevole: limita il successo
riproduttivo, aumenta la vulnerabilità alla predazione, diminuisce la disponibilità di risorse
nutritive. Inoltre, modifica profondamente il microclima dell’area attraverso lalterazione
della quantità di radiazione solare che raggiunge il suolo (conseguente alla distruzione della
copertura vegetale), provoca l’innalzamento dell’escursione termica per periodi anche
prolungati, l’aumento della ventosità, la modificazione del tasso medio di umidità nell’aria e
nel suolo. Di conseguenza, la ricolonizzazione da parte delle diverse specie segue ritmi assai
differenziati nel tempo e nei diversi contesti ambientali; tempi, quindi, che per alcuni
esemplari divengono estremamente lunghi.
47
12. LA CACCIA NELLE AREE PERCORSE DAL FUOCO E I CALENDARI VENATORI
(di Giorgio Berardi - LIPU Calabria)
Per i motivi esposti nel capitolo precedente, lannullamento del prelievo venatorio nella
stagione immediatamente successiva al verificarsi di incendi appare una misura efficace per
la conservazione di gran parte delle specie selvatiche. Tale misura assume particolare
rilevanza nel caso di aree interessate dal fuoco per estese superfici.
Lesercizio dell’attività venatoria a carico di alcune specie, infatti, rappresenta
innegabilmente un ulteriore motivo di aggravamento delle condizioni demografiche delle
popolazioni interessate. Per tale ragione è necessario che gli organi competenti esercitino
una responsabile azione di vigilanza (ai sensi della legge n. 157/1992, art.19, comma 1,) e di
monitoraggio a carico delle popolazioni potenzialmente oggetto di prelievo venatorio;
facciano rispettare il divieto di caccia nei terreni percorsi dal fuoco per dieci anni (come
previsto dalla legge 353/2000 all’art. 10); rinviino o sospendano l’apertura della stagione
venatoria anche nelle zone limitrofe a quelle distrutte dal fuoco, essendo queste rifugio
per gli animali scampati alle fiamme.
A tal proposito, sarebbe utile realizzare delle App facilmente scaricabili dal Web in cui
vengano segnalate le aree percorse dal fuoco interdette alla caccia.
Foto archivio LIPU
Va segnalato, purtroppo, come la Regione Calabria, fra le più colpite dagli incendi della
scorsa estate, abbia deciso addirittura di anticipare di sedici giorni l’apertura della stagione
venatoria.
Secondo una stima della LIPU, per ogni ettaro di macchia mediterranea che brucia
muoiono in media 400 animali selvatici tra uccelli, rettili e mammiferi.
48
Il dato, limitandosi ai soli 9.000 ettari di natura protetta bruciati prima della fine di luglio
2017 in Italia, senza contare quanto è avvenuto successivamente, si traduce in oltre 3
milioni di animali uccisi dal fuoco in pochi giorni. A perire sono soprattutto scriccioli e
capinere, ma spesso non trovano scampo nemmeno cervi e lupi. I rapaci, come è noto,
hanno più probabilità di salvezza riuscendo a spostarsi in volo per tempo.
A ciò si aggiunge il quadro complessivo delle previsioni venatorie regionali, caratterizzato da
una notevole carenza di tutele, soprattutto per le numerose specie ancora oggetto di caccia,
nonostante lo stato di conservazione negativo. Per non parlare dei tempi di caccia troppo
lunghi e dal grave deficit di controlli sul territorio, vero e proprio via libera alla caccia
illegale e al bracconaggio. Delle trentaquattro specie di uccelli cacciabili, diciotto si trovano
in uno stato di conservazione sfavorevole, le cosiddette SPEC (Specie Europee di Interesse
Conservazionistico). Tra queste, l’allodola è classificata SPEC 3, ovvero in stato di
conservazione sfavorevole, mentre la tortora selvatica, la coturnice, la pavoncella, il
moriglione e il tordo sassello, sono addirittura classificate SPEC 1, ovvero minacciate a
livello globale. Si tratta di specie che andrebbero immediatamente eliminate dai calendari
venatori e considerate oggetto di speciali interventi di tutela.
E’ bene ricordare che il piano faunistico venatorio, previsto all’articolo 10 della legge 157/92,
è strumento indispensabile per la sostenibilità, almeno in teoria, dell’attività venatoria. Tra le
altre cose, il piano deve prevedere le zone di protezione, le aree in cui può svolgersi l’attività
venatoria e le modalità con cui la caccia va svolta, in rapporto alle problematiche ambientali
e alle esigenze prioritarie di conservazione della natura. Per queste ragioni è indispensabile
che il Governo e le Regioni attivino correttivi seri, a cominciare da una diversa pianificazione
del futuro dell'attività venatoria, che non può più continuare sul cattivo sentiero percorso
in questi anni.
49
13. IL NUOVO DECRETO FORESTALE E SUE CONSEGUENZE
Sull'approvazione del nuovo decreto in materia di politiche e gestione forestale (o, più
precisamente, schema di decreto legislativo recante disposizioni concernenti la revisione e
l’armonizzazione della normativa nazionale in materia di foreste e filiere forestali in
attuazione dell’articolo 5 della legge 28 luglio 2016, n. 154”), avvenuta da parte del Consiglio
dei Ministri il 16 marzo 2018, il Comitato Stop Incendi Calabria non può che far proprie le
perplessità già espresse nei mesi passati da un folto numero di specialisti del settore.
Docenti universitari e ricercatori in scienze botaniche, zoologiche, ecologiche, geologiche e
ambientali (oltre che attivisti, ecologisti ed ambientalisti), in numero di oltre 250 unità,
hanno infatti redatto e firmato un appello indirizzato al Presidente della Repubblica
manifestando forti dubbi sulla stesura di un provvedimento che appariva basato su una
logica perversa e di profitto, e - si cita testualmente dall'appello - anche su gravi errori
scientifici che informano sia alcuni principi generali, sia numerosi aspetti tecnici del proposto
decreto, che potranno condurre a effetti deleteri sugli ecosistemi, sul suolo, sulla biodiversità
e sul paesaggio.
Sila, foreste di Pino Laricio - foto di Armando Mangone
Secondo i firmatari dell'appello, il decreto, pur indirizzandosi apparentemente alla tutela del
territorio, oltre che alla prevenzione del dissesto territoriale e degli incendi, non tiene conto
di alcune evidenze scientifiche in materia di gestione e prevenzione dei dissesti, delle
caratteristiche intrinseche degli ecosistemi naturali (in particolare dei boschi), troppo
semplicisticamente equiparati a terreni abbandonati o improduttivi, da gestire tramite
selvicoltura senza considerare la loro autonomia la loro intrinseca importanza per
l'ambiente e la sua salvaguardia. Un decreto siffatto, attraverso il quale l'uomo ha facoltà di
intervenire continuativamente a danno dell'evoluzione del patrimonio forestale, appare
quindi fondato su un principio completamente contrario a quello della incentivazione dei
50
processi naturali, poiché non contempla la spontanea evoluzione degli ecosistemi, con
conseguenze imponderabili su flora, fauna selvatica e suolo.
A ciò si aggiungono altri principi che rafforzano dubbi e scetticismo, quali il concetto di
“gestione attiva” (che inficia, o per lo meno confonde, il significato di sostenibilità); quello di
“buona pratica forestale”, nel quale viene inserita, apparentemente senza distinzione di
sorta, qualsiasi forma e metodologia di selvicoltura, ivi compreso l'uso ceduo delle foreste
(che, com'è noto, non è sempre sinonimo di corretta gestione del patrimonio boschivo); il
concetto di compensazione ambientale” che prevede, in caso di disboscamenti
strutturati, la piantumazione di alberi in aree urbane (una sorta di bilanciamento che non
poggia su alcun logico principio); l'eliminazione dell'obbligo dell'ingegneria naturalistica
per la gestione idraulico-forestale.
Massicio del Pollino - foto di Armando Mangone
Nonostante il nuovo testo unico abbia incontrato anche pareri favorevoli o per lo meno non
del tutto contrari (Legambiente, ad esempio, dichiara che il provvedimento rappresenta un
primo passo importante per sviluppare una politica nazionale efficace e coordinata del
patrimonio boschivo e fornire alle Regioni un indirizzo e un quadro di riferimento chiari”), la
sua approvazione e la sua futura attuazione destano forte scetticismo e profonda
preoccupazione.
Il testo, infatti, non sembra tenere nel giusto conto la tutela ambientale e paesaggistica del
patrimonio forestale italiano che, con i suoi 11,8 milioni di ettari (pari al 39% del territorio
nazionale), rappresenta un capitale naturale di incommensurabile valore. Un capitale di cui
bisognerebbe, prima di ogni altra cosa, garantire la naturale preservazione, la sostenibilità, il
suo spontaneo ruolo di stabilizzazione del clima e di conservazione della biodiversità, oltre
che di sicurezza idrogeologica del territorio.
51
14. RINGRAZIAMENTI
Associazione Spegniamo il fuoco, accendiamo il futuro di Longobucco, Associazione
Passaggi” di Trebisacce, Associazione “Ecobalenodi Roma, LIPU Calabria, WWF Calabria.
Serena Guglielmelli, Annarita Ciollaro, Sandro Meo (violoncellista del video Dulce Lignum),
Serafino Stasi (riprese e montaggio del video Dulce lignum), Vincenzo Bonasso, Bruno Stasi,
Simona Calipari, Matteo Bruno, Antonio Viaggiani, Andrea Preite, Agostino Intrieri e
Giuseppe Intrieri.
Giuseppe Genise, Lenin Bentrovato, Antonio Viggiani, Pina Celestino, Giuseppe Bevacqua,
Domenico Palma, Francesco Ferraro (per la gentile concessione di foto e video).
Hanno realizzato il presente Dossier i membri del Comitato Stop Incendi Calabria
Armando Mangone
Remo Garropoli
Roberto Russo
Vincenzo Romano
con il contributo di
Giorgio Berardi (LIPU Calabria)
Giuseppe Rogato (WWF Calabria)
Matteo Olivieri (Economista dell’Università della Calabria)
Comitato Stop Incendi Calabria
comitatostopincendicalabria@gmail.com
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